mercoledì 27 febbraio 2013

GLI ASSAGGI: HYBRID. QUEL CHE RESTA DI ME-Kat Zhang

Come promesso, il prologo e il primo capitolo della nuova uscita della Giunti Y, della quale vi ho già parlato ieri in questo post. Forza ragazze/i, assaggiate, assaggiate!



Prologo


Io e Addie siamo nate nello stesso corpo. Le dita spettrali delle nostre anime erano strettamente intrecciate prima ancora che cominciassimo a respirare. I primi anni in- sieme sono stati anche i più felici. Poi sono cominciate le preoccupazioni, le labbra strette dei nostri genitori, le fronti corrugate delle insegnanti della scuola materna, le domande che tutti pronunciavano a mezza voce quando pensavano che non stessimo ascoltando.

«Perché non cominciano a stabilizzarsi?» Stabilizzarsi. Cercavamo di formare quella parola nella nostra bocca di bimbe di cinque anni, provandola sulla lingua. Sta-bi-li-za-ssi.
Sapevamo cosa voleva dire. Più o meno. Significava che una di noi due doveva assumere il controllo. Significava che l’altra doveva sparire. Adesso so che è molto più di questo, ma a cinque anni io e Addie eravamo ancora ingenue, inconsapevoli. Quella patina d’innocenza cominciò a sgretolarsi al primo anno delle elementari. Fu la nostra consulente scolastica dai capelli grigi a scalfirla. «Sapete, care, stabilizzarsi non è una cosa di cui aver paura» ci disse mentre osservavamo le sue labbra sottili dipinte di rosso. «Forse può sembrarvi così adesso, ma capita a tutti. L’anima recessiva, che sia l’una o l’altra, si addormenta e basta.» Tralasciò di dirci chi pensava sarebbe sopravvissuta tra noi due. Non ce n’era bisogno. In prima elementare tutti erano certi che fosse Addie l’anima dominante. Riusciva a farci andare a sinistra quando io volevo andare a destra, si rifiutava di aprire la bocca quando io volevo mangiare, urlava «No», anche se io avrei voluto disperatamente dire «Sì». Riusciva a farlo senza sforzo e più il tempo passava più diventavo debole, mentre il suo controllo aumentava. Ma a volte riuscivo ancora a impormi... e lo facevo. Quando la mamma ci chiedeva com’era andata la giornata, io raccoglievo tutte le forze per raccontare la mia versione dei fatti. Quando giocavamo a nascondino, io insistevo perché ci accucciassimo dietro una siepe anziché correre a fare tana-libera-tutti. A otto anni diedi uno strattone mentre portavamo il caffè a papà. Abbiamo ancora sulle mani le cicatrici di quelle ustioni. Più sentivo la mia forza affievolirsi, più mi ostinavo, in una lotta sempre più violenta, cercando di convincermi che non sarei scomparsa. Addie mi odiava per questo, ma io non potevo farne a meno. Ricordavo la libertà di un tempo... mai completa, naturalmente. Ma potevo chiedere alla mamma un bicchiere d’acqua, un bacio dopo una caduta, un abbraccio. Finiscila, Eva, urlava Addie ogni volta che litigavamo. Finiscila e basta. Vattene. E per molto tempo ho creduto che, un giorno, l’avrei fatto.
A sei anni ci portarono per la prima volta da uno spe- cialista. Gli specialisti erano molto più pressanti della con- sulente scolastica. Gli specialisti ci sottoponevano ai loro insulsi test, alle loro insulse domande e ci facevano pagare parcelle tutt’altro che insulse. Quando i nostri fratellini raggiunsero l’età della stabilizzazione, io e Addie eravamo già state da due terapeuti e avevamo provato quattro di- versi tipi di cure, con lo scopo di favorire ciò che la natura avrebbe già dovuto fare: sbarazzarsi dell’anima recessiva. Sbarazzarsi di me.
I nostri genitori sembrarono incredibilmente sollevati quando le mie irruzioni diminuirono, quando i dottori cominciarono a presentar loro prognosi positive. Cerca- rono di tenercelo nascosto, ma noi li sentimmo pronun- ciare i loro «finalmente», accompagnati da grandi sospiri, fuori dalla porta della nostra stanza, ore dopo averci dato il bacio della buonanotte. Per anni eravamo state la spina nel fianco del quartiere, lo sporco, piccolo segreto, non così segreto: le bambine che non volevano stabilizzarsi. Nessuno sapeva che, nel cuore della notte, Addie mi lasciava uscire e camminare per la stanza, toccare i vetri freddi della finestra e piangere le mie lacrime con le ultime forze che mi rimanevano. Mi dispiace, sussurrava lei. E sapevo che era sincera, nonostante tutto quello che poteva avermi detto in passato. Ma questo non cambiava nulla. Ero terrorizzata. Avevo undici anni e anche se mi ero sentita ripetere da sempre che era del tutto naturale che l’anima recessiva svanisse, io non volevo andarmene. Volevo vedere altre ventimila albe, vivere altre tremila giornate d’estate in piscina, sotto il calore del sole. Volevo sapere cosa si provava a dare il primo bacio. Le altre anime recessive erano state fortunate a svanire verso i quattro o cinque anni. Sapevano meno. Forse per questo le cose sono andate diversamente. Volevo disperatamente vivere. Mi sono rifiutata di cedere. Non sono mai svanita del tutto.
Persi ogni controllo sui movimenti, è vero, ma rimasi: intrappolata nella testa di Addie, paralizzata. Potevo solo guardare e ascoltare. Non lo sapeva nessuno a parte me e Addie, e lei non aveva nessuna intenzione di dirlo in giro. Ma sapevamo anche cosa toccava ai ragazzi che non si stabilizzavano, che diventavano ibridi. Eravamo perseguitate dalle im- magini degli istituti in cui venivano rinchiusi per non fare più ritorno.
Alla fine i dottori ci dichiararono guarite. La consulente scolastica si congedò da noi con un lieve sorriso compiaciuto. I nostri genitori erano in estasi. Imballarono tutto e ci portarono a quattro ore di macchina, in un altro stato, in un nuovo quartiere, dove nessuno sapesse nulla di noi e dove avremmo potuto essere qualcosa di più che la “famiglia con la bambina strana”. Ricordo di aver visto la nuova casa per la prima volta dal finestrino della macchina, oltre la testa del nostro fratellino: una piccola villetta color bianco sporco con il tetto dalle scandole scure. Lyle pianse quando la vide così vecchia e malmessa, con il giardino soffocato dal- le erbacce. Nel trambusto che ne seguì, mentre i nostri genitori cercavano di calmarlo, occupandosi allo stesso tempo di scaricare il camion dei traslochi e trascinare dentro i bagagli, io e Addie restammo sole un momento, un minuto intero fuori, al freddo invernale, a respirare l’aria gelida. Dopo tanti anni le cose si erano finalmente aggiustate. I nostri genitori potevano di nuovo guardare la gente negli occhi e Lyle poteva di nuovo uscire con Addie in pubblico. Ci inserirono in una classe di seconda media in cui nessuno sapeva degli anni che avevamo passato a dividerci lo stesso banco, strette e scomode, desiderando solo che nessuno si accorgesse di nulla. Potevano essere una famiglia normale, con preoccupazioni normali. Potevano essere felici. Loro. Ma non si rendevano conto che non c’erano solo loro. C’era ancora un noi. Io ero sempre lì.
«Addie ed Eva, Eva e Addie» cantilenava la mamma quando eravamo piccole, prendendoci in braccio e facen- doci volteggiare per aria. «Le mie bambine.»
Adesso, quando aiutavamo a preparare la cena, papà chiedeva soltanto: «Addie, cosa ti piacerebbe mangiare stasera?». Nessuno usava più il mio nome. Addie ed Eva, Eva e Addie non esistevano più. C’era solo Addie, Addie, Addie. Una bambina, non due.


1


La campanella della fine delle lezioni fece saltare i ragazzi su dai banchi. Tutti cominciarono ad allentarsi le cra- vatte, a chiudere i libri, a riporre quaderni e matite nelle cartelle. Un brusio chiassoso soffocò quasi le raccoman- dazioni urlate dall’insegnante per la gita dell’indomani. Addie stava guadagnando l’uscita quando dissi: Aspetta, dobbiamo chiedere alla signora Stimp del nostro test di recupero, ricordi? Lo farò domani, disse Addie facendosi strada nel corridoio. L’insegnante di storia sembrava conoscere il segreto custodito nella nostra testa: ci guardava sempre con aria pensierosa, pizzicandosi le labbra quando credeva di non essere vista. Forse era solo una mia paranoia. O forse no. In ogni caso, andare male nel suo corso non poteva che portarci altri guai. E se poi non ce lo fa fare? La scuola rimbombava di rumori tipici, armadietti sbattuti, risate, ma io udivo perfettamente la voce di Addie nello spazio silenzioso che univa le nostre menti.

Era tutto tranquillo in quell’istante, anche se riuscivo a intuire la punta di irritazione di Addie, come un brusio di sottofondo. Ce lo lascerà fare, Eva. Come sempre. Non rompere. Non sto rompendo. Solo che... «Addie!» urlò qualcuno. Addie si voltò. «Addie... aspetta!» Eravamo talmente assorte nella nostra discussione che non avevamo fatto caso alla ragazza che ci stava seguendo. Era Hally Mullan. Con una mano si tirava su gli occhiali, con l’altra cercava di legarsi i riccioli scuri con un elastico. Si fece strada a spintoni oltre un fitto gruppetto di studenti e, quando ci raggiunse, tirò un sospiro di sollievo pieno di enfasi. Addie emise un lieve gemito d’insofferenza, che solo io riuscii a sentire. «Certo che cammini in fretta, tu» disse Hally con un sorriso, come se lei e Addie fossero amiche. Addie scrollò le spalle. «Non sapevo che mi stessi seguendo.» Il sorriso di Hally rimase inalterato. Del resto lei era quel genere di persona che avrebbe riso anche di fronte a un uragano. In un altro corpo, in un’altra vita, non si sa- rebbe certo messa a inseguire due come noi nel corridoio della scuola. Era troppo carina per farlo, con quelle ciglia lunghissime e la pelle olivastra, l’indole spensierata. Ma c’era qualcosa sul suo volto, quasi inciso nei suoi linea- menti, che la rendeva diversa dagli altri. E ciò non faceva 
che aumentare la sua singolarità, esaltare quell’aura che la circondava e che sembrava voler dire: qualcosa non va. Addie si era sempre tenuta alla larga da lei. Avevamo già abbastanza problemi nel fingere di essere normali. In quel momento però non c’era modo di evitare Hally. Si mise a camminare al nostro fianco, la cartella appesa su una spalla. «Allora, sei emozionata per la gita di domani?» «Non proprio» disse Addie.


«Neanch’io» fece Hally allegramente. «Oggi hai da fare?» «Più o meno» rispose Addie. Cercava di mantenere un tono distaccato nonostante Hally insistesse a ostentare il suo buonumore, ma continuava nervosamente a tirarsi giù la camicia. Quando, all’inizio dell’anno, avevamo comprato le uniformi per il liceo, andavano benissimo, ma da allora eravamo cresciute. I nostri genitori non se ne erano accorti visto... insomma, visto quanto stava accadendo con Lyle, e noi non avevamo detto niente. «Vuoi venire a casa mia?» chiese Hally. Addie si sforzò di sorriderle. Per quanto ne sapeva- mo, Hally non aveva mai invitato nessuno a casa sua. O meglio, nessuno c’era mai andato. Avrà capito qualcosa? A voce alta, le disse: «Non posso, oggi faccio la babysitter». «Dai Woodard?» le chiese Hally. «Per Robby e Lucy?» «Robby e Will e Lucy» disse Addie. «Sì, i Woodard.» Le fossette di Hally divennero più profonde. «Adoro quei bambini. Li vedo sempre nella piscina del mio quartiere. Posso venire con te?» Addie esitò. «Non so se i loro genitori approverebbero.» «Sono ancora in casa quando arrivi?» chiese Hally. Addie annuì e lei aggiunse: «Possiamo chiederglielo allora, giusto?». Non si rende conto di essere maleducata? disse Addie e avrei dovuto darle ragione. Ma Hally continuava a sorridere, mentre l’espressione del nostro viso stava diventando sempre meno amichevole. Magari si sente molto sola, ribattei. Addie aveva le sue amiche e io, se non altro, avevo Addie. Hally non aveva nessuno, o almeno così pareva. «Non voglio mica essere pagata, ovviamente» stava dicendo Hally. «Vengo solo per tenerti compagnia, sai?» Addie, dissi. Lasciala venire. Potete almeno provare a chiedere«Be’...» iniziò Addie. «Grandioso!» Hally afferrò le nostre mani e sembrò non accorgersi del sussulto di sorpresa di Addie. «Ho un mucchio di cose da raccontarti.» La tv era accesa quando Addie aprì la porta di casa dei Woodard. Hally era dietro di lei. Non appena ci scorse, il signor Woodard afferrò chiavi e valigetta. «I bambini sono in soggiorno, Addie.» Si avviò in fretta verso la porta, girandosi appena per aggiungere: «Chiama se hai bisogno di qualcosa». «Lei è Hally Mul...» cominciò Addie, ma lui era già sparito, piantandoci in asso con Hally. «Non si è neppure accorto di me» disse lei. Addie alzò gli occhi al cielo. «Non c’è da stupirsi. Fa sempre così.» Era da un po’ che facevamo da babysitter a Will, Robby e Lucy – da prima che mamma riducesse le sue ore di lavoro per occuparsi di Lyle – ma capitava ancora che il signor Woodard dimenticasse il nome di Addie. I nostri genitori non erano gli unici in città a lavorare troppo e avere troppo poco tempo. La tv del soggiorno era sintonizzata su un cartone animato con un coniglio rosa e due topi enormi. Lyle guardava le stesse cose quando era piccolo, ma a dieci anni affermava di essere ormai troppo grande per quella roba. A sette anni i bambini avevano ancora il permesso di guardare i cartoni, a quanto pareva, perché Lucy se ne stava stesa sul tappeto davanti allo schermo, dondolando le gambe avanti e indietro. Il fratellino era seduto accanto a lei, ugualmente assorto.

«In questo momento è Will» disse Lucy senza girarsi. Il cartone finì, sostituito da un annuncio di servizio pubblico. Addie distolse lo sguardo. Ne avevamo visti ab- bastanza di quegli annunci. Al vecchio ospedale in cui eravamo state ricoverate, li trasmettevano a ripetizione:sfilze infinite di uomini e donne di bell’aspetto, dalle voci cortesi e i sorrisi gentili, che ci ricordavano di stare sempre all’erta perché gli ibridi si nascondevano tra gli altri fingendosi normali. Persone che cercavano di sfuggire all’ospedalizzazione. Persone come me e Addie. «Chiamate il numero che vedete sullo schermo» dicevano sempre, mostrando denti perfettamente bianchi. «Basta una telefonata per la sicurezza dei vostri bambini, della vostra famiglia, del vostro paese.» Non dicevano mai cosa sarebbe accaduto esattamen- te dopo quella telefonata, probabilmente perché non era necessario. Lo sapevano tutti. Gli ibridi erano troppo instabili e non potevano essere ignorati: perciò le telefonate in genere conducevano a investigazioni, che a volte portavano a veri e propri raid. Noi ne avevamo visto solo uno in un notiziario o nei video che ci mostravano du- rante le lezioni di scienze politiche, ma era stato più che sufficiente. Will saltò in piedi e corse da noi, lanciando uno sguardo confuso e diffidente a Hally. Lei gli sorrise. «Ciao Will.» Si accovacciò, incurante della gonna. Era- vamo andate dai Woodard appena uscite da scuola, senza passare da casa a cambiarci. «Sono Hally. Ti ricordi di me?» Finalmente Lucy distolse gli occhi dallo schermo. Si rabbuiò e disse: «Io mi ricordo di te. Mia mamma dice...». Will diede uno strattone alla nostra gonna interrompendo Lucy. «Abbiamo fame.»
«Non è vero» disse Lucy. «Gli ho appena dato un biscotto. Ne vogliono un altro.» Si tirò su in piedi, rivelando la scatola di biscotti che fino a quel momento aveva tenuto nascosta. «Vieni a giocare con noi?» chiese a Hally. Hally le sorrise. «Sono venuta ad aiutare Addie a fare la babysitter.» «Per chi? Will e Robby?» disse Lucy. «Non hanno bisogno di due persone» aggiunse fissandoci, come se volessimo insinuare che lei aveva ancora bisogno di una babysitter a sette anni. «Hally è venuta per farmi compagnia» disse Addie in fretta. Prese in braccio Will e lui ci avvolse le braccia intorno al collo, poggiando il minuscolo mento sulla spalla. I suoi capelli sottili da bimbo ci solleticavano la guancia. Hally sorrise e agitò un dito verso di lui. «Quanti anni hai, Will?» Lui nascose il viso. «Tre e mezzo» disse Addie. «Tra un anno circa do- vrebbero stabilizzarsi.» Sistemò Will in una posizione più comoda e si sforzò di sorridere. «Non è vero, Will? Vi stabilizzerete presto?» «È Robby, adesso» disse Lucy. Aveva afferrato di nuovo la scatola dei biscotti e ne stava sgranocchiando uno. Tutti si girarono verso il bambino. Lui si allungò verso la sorella, ignorando il nostro esame. Ha ragione, dissi io. È appena cambiato. Ero sempre  stata più brava a capire chi era Robby e chi Will, anche se Addie non voleva ammetterlo. Forse perché io non dovevo concentrarmi sui movimenti del corpo o sulle parole da dire. Non dovevo fare altro che osservare, ascoltare e notare tutti i piccoli segni che distinguevano un’anima dall’altra. «Robby?» disse Addie. Il bimbo si divincolò di nuovo e, non appena Addie lo mise giù, corse dalla sorella. Lucy fece penzolare davanti al naso di Robby ciò che rimaneva del suo biscotto. «No!» strillò lui. «Non vogliamo quello. Ne vogliamo uno nuovo.» Lucy gli fece una linguaccia. «Will l’avrebbe preso.» «Invece no!» gridò lui.
«Invece sì. Vero Will?» Robby fece una smorfia. «No.» «Non l’ho chiesto a te» ribatté Lucy. Meglio intervenire, dissi io. Prima che a Robby venga una crisi di nervi.
Ma con mia sorpresa vidi Hally precederci, prendere un biscotto dalla scatola e lasciarlo cadere nelle manine tese di Robby. «Ecco.» Si accovacciò di nuovo, abbracciandosi le ginocchia. «Va meglio?» Robby batté le palpebre. Il suo sguardo vagava da Hally al suo nuovo premio. Poi sorrise timidamente e addentò il biscotto, riempiendo la maglietta di briciole. «Ringrazia» gli disse Lucy. «Grazie» mormorò. «Figurati» disse Hally con un sorriso. «Ti piacciono i biscotti con i pezzetti di cioccolato? A me sì. Sono i miei preferiti.»

Il bimbo fece di sì con la testa. Persino Robby era più mansueto con gli estranei. Diede un altro morso al biscotto. «E a Will?» chiese Hally. «Quali biscotti piacciono?» Robby fece spallucce, poi disse piano: «Gli stessi che piacciono a me». La voce di Hally era più bassa quando riprese a parlare. «Ti mancherebbe, Robby? Se Will andasse via?» «Perché non andiamo in cucina?» Addie strappò la scatola dei biscotti dalle mani di Lucy, provocando un grido di protesta. «Avanti Lucy... non dobbiamo far man- giare Robby in soggiorno. Tua madre mi ammazza se sbriciolate sul tappeto.» Addie afferrò la mano di Robby e lo tirò via da Hally. Ma non fu abbastanza veloce. Robby ebbe il tempo di voltarsi e di guardare Hally, ancora accucciata sul pavimento, e sussurrare: «Sì». 

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