lunedì 9 aprile 2012

OGNI GOCCIA DEL MIO SANGUE di Valentina Laforgia

L'Arduino Sacco Editore ha da poco pubblicato un titolo molto interessante, Ogni Goccia del mio Sangue, scritto dall'autrice emergente Valentina Laforgia che mi ha gentilmente fornita del primo capitolo che potrete leggere in anteprima qui sotto. Non appena l'ho letto mi sono detta: "questo libro promette bene!". Già dalla trama si possono scorgere elementi molto interessanti...leggendo poi il primo capitolo non si può che provare empatia verso la protagonista. Voi che ne pensate?
EDITORE: Arduino Sacco Editore
PAGINE: 212
PREZZO: 17,90 Euro

Quando nei bassipiani pugliesi il vento viaggia più veloce della luce, si ode lo scalpiccio veloce di zoccoli che tritano la terra spruzzando schegge di pietrisco calcareo, e un nitrito roboante si libera nell’aria insinuandosi tra le gobbe delle colline, vuol dire che Viola e il suo stallone Fufi sono vicini, e nessuno può fermarli. Viola è una ragazza di vent’anni piena di energie, innamorata della vita, indipendente, che fatica a stereotiparsi, che studia quello che le piace e si comporta secondo il suo
metro di giudizio. Bocciata all’ultimo anno del Liceo si ritrova ancora tra gli odiosi banchi di scuola. Né donna, né bambina. Fiera, scapestrata, indomita e sognatrice. Preferisce una buona lettura o una passeggiata in groppa al suo amato cavallo piuttosto che una nottata in discoteca. L’ebbrezza della libertà e quella pulsione selvaggia che la rende indomita fanno si che poco dopo la maggiore età lasci la fattoria degli amati nonni materni, che si sono presi cura di lei fin dalla nascita, e si trasferisca in un piccolo bilocale. Ma la voglia di spiccare il volo è più forte di tutto, e lei freme per dibattere
le ali. Conosce perfettamente la lingua inglese in quanto sua nonna e di origini anglosassoni ,e questo rappresenta la carta vincente nella realizzazione del suo più grande sogno, e sarebbe a dire lavorare per un’importante casa editrice londinese. Matteo, il suo ex ragazzo, a cui ha donato tutta se stessa, le ha spezzato il cuore e non vuole più saperne di allacciare legami destinati a spezzarsi inevitabilmente a causa della sua imminente partenza, o cosa più vera a ferirla. Ogni settimana, in un giorno prestabilito e inviolabile ,Viola ha un appuntamento irrinunciabile, quello con sua madre. Uno strano sogno o una beffa del destino cambiano i giochi in tavola. Mai dar confidenza agli estranei, soprattutto se l’affascinante e terrificante sconosciuto lo s’incontra all’imbrunire tra le tombe e il suo nome è Gabriele, l’angelo della morte. Avrebbe dovuto dimenticare quella strana conoscenza e quel viso spigoloso e proseguire per la sua strada, ma lei è Viola. Troppi quesiti le frullano per la testa. Vuole risposte, e quando la sua curiosità verrà soddisfatta sarà ormai troppo tardi per fare marcia indietro. Castrata nella sua libertà e costretta ad assecondare le richieste
di una creatura sovrumana, senza via di fuga se non la morte ,la sua o quella del suo carnefice, si ritroverà a giocare al gatto col topo, e questo ménage perverso finirà per piacerle, più del lecito e più di quanto sia disposta ad ammettere perfino con se stessa. Sarà sfibrante combattere con la sua coscienza, e restare lucida nell’anteporre sempre quello che è bene da quello che è male le costerà non poca fatica. Essere braccati e prede indifese può far fremere di paura, allo stesso tempo può far
agognare ciò che si dovrebbe solo disprezzare…

Valentina Laforgia è nata a Noci, un paese in provincia di Bari, nel 1985. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico, nel 2008 si è Laureata in Economia Aziendale. Nel 2009 ha conseguito un Master Universitario in General Management. Attualmente vive a Bari dove insieme al suo compagno ha avviato un’attività commerciale. Tra le sue passioni la lettura vince il primato. Nonostante apprezzi tutti i generi letterari, purché ci sia una storia d’amore di mezzo, manifesta una spiccata passione per il genere fantasy. Ogni Goccia del mio Sangue è il suo primo romanzo.

PRIMO CAPITOLO IN ANTEPRIMA:

CAP.1
Non riesco a smettere di rosicchiare il cappelletto della biro rossa e a guardare incessantemente il quadrante dell’orologio. Sono così snervanti quelle lancette minuscole che quando dovrebbero rallentare, accelerano, e quando dovrebbero darsi una mossa fanno durare ogni minuto centottanta secondi, se ti va bene. Faccio finta di guardare la lavagna con un occhio, mentre con l’altro sbircio la pagina del giornale che sbuca per metà da sotto l’enorme volume di algebra. Conoscendo anticipatamente il calendario della giornata memorabile che m’attendeva la puntata all’edicola è stata quasi d’obbligo. Meglio distrarmi con l’articolo sul nuovo taglio triangolare della Hilton e beccarmi qualche astiosa ripresa da quell’antipatico del professore, piuttosto che finire con la fronte sul banco a russare sonoramente. La mia bocciatura dell’anno scorso è stata per la maggiore siglata da lui, tralasciando ovviamente le mie personali responsabilità. Si è così incaponito da riuscire a costringere il resto del corpo docenti a farmi fuori. Solo la Palmieri, quella d’italiano, e la Bruscoli, quella d’inglese, hanno cercato di difendermi a spada tratta. Non è un caso che nelle loro materie sia da dieci. Per il resto raggiungo appena la media complessiva, e stiracchiata, del cinque. Ma non posso farci nulla se non riesco ad appassionarmi a qualcosa di cui non m’importa un accidente, e non li biasimo se tutti i professori, tranne due, che per giunta adoro umanamente parlando, mi danno addosso. Ma sono fatta così, e me ne assumo le grave conseguenze. Tradotto vuol dire che sono coerente con i miei ideali, ma ciò viene automaticamente convertito in una bocciatura quasi assicurata. Infatti per quanto mi riguarda quel “quasi” è stato spiacevolmente superfluo. Ma ci siamo, ci siamo, solo tre mesi e poi potrò andar via da questa scuola che detesto e da questo bigotto paesino di provincia. Londra, aspettami, ci sono quasi! Soltanto un paio di cose mi dispiacerà lasciare qui. Poche ma buone. I miei nonni materni e la loro fattoria vicino al bosco di faggi. Fufi, il mio cavallo, uno stallone di due anni. E la mia casa, un bilocale accogliente, arredato da me personalmente con i risparmi guadagnati facendo la traduttrice per un paio di piccole case editrici locali. E poi, più di tutto, quello che non mi fa dormire la notte e sapere di dovermi allontanare da lei. Mia madre. Di non poterle più far visita una volta a settimana come faccio da quando i miei nonni mi hanno parlato di lei. Lei che ha dato la sua vita per poter far iniziare la mia. Questa donna è per me effettivamente un’estranea,n non l’ho mai conosciuta, ma sento d’amarla con tutto il cuore, e ad abbandonarla mi sento una traditrice. Sembra assurdo provare del rimorso nell’allontanarsi da
qualcuno che materialmente non c’è più, ma è quello che provo. Di mio padre non so assolutamente nulla. Mia madre si è portata il segreto nella tomba. Neanche i nonni sono a conoscenza della sua identità, e non hanno forzato la mamma a svelarla. Forse non mi voleva. Posso soltanto ipotizzare e fantasticare su di lui, ma tutto sommato non ne sento la mancanza. Ma la mamma, lei si che mi manca. Stamattina ho acciuffato dall’armadio i primi indumenti che mi sono capitati tra le mani e li ho indossati senza neppure stirarli. Ero in pauroso ritardo, avevo giusto il tempo di spazzolarmi i denti e sciacquarmi il viso se non volevo rischiare d’imbattermi per la centesima volta nel preside, e beccarmi l’ennesima nota. No, avevo deciso, questo era l’ultimo anno in questa stramaledettissima scuola. Solo ora abbassando lo sguardo mi stavo rendendo conto del patchwork di colori stridenti che ricopriva i miei arti. I jeans viola, la maglia fucsia, la felpa rossa. Tutto sommato non me ne sono preoccupata più di tanto per due precise ragioni. Prima di tutto perché non sono una maniaca del look, e secondo perché inspiegabilmente piaccio anche se mi concio da clown, o arrotolo i capelli in una crocchia spettinata come quella che ho messo su in fretta e furia stamattina senza neppure specchiarmi, o non mi trucco per niente, o fumo e ho l’alito che mi puzza di tabacco. Senza volerlo piaccio, e un gran numero di ragazzi vorrebbero avermi come fidanzata. A certi invece, quelli che io chiamo i viscidi, piacerebbe invece semplicemente ruzzolarsi nelle mie lenzuola fresche di bucato.
Da entrambe le categorie, per ragioni differenti, sto alla larga. Dai primi per paura che si spaccino per quelli che in realtà non sono e mi freghino, come mi è successo già una volta, e da quell’esperienza negativa non ho più permesso a nessuno di mandarmi il cuore in frantumi. Dai secondi invece perché, pur nella loro squallida onestà priva d’illusioni, restano pur sempre quello che sono. Solo degli scopatori. Le ragazze invece mi guardano con diffidenza e sospetto, perché al contrario loro che vengono a scuola con tacchi da dieci e gonne inguinali per catturare sguardi e
pianificare incontri notturni, io sono semplicemente quella che sono e non faccio assolutamente nulla per focalizzare l’attenzione su di me, ma paradossalmente sono colei che gode dei bramosi occhi maschili. Tuttavia per ragioni che mi sono tutt’ora oscure cercano sempre d’inglobarmi nella loro cerchia “d’élite”. Probabilmente solo per farmi fare da esca acchiappa fusti. Eppure le mie uniche armi seduttive e immeritate sono i capelli lunghi e biondi, e gli occhi blu. Entrambi raramente valorizzati con acconciature particolari o ombretti alla moda. Ma io sto alla larga da loro. Non mi piacciono per niente. Sono viziate e viziose. Preferisco passare le serate a casa a leggere un buon libro, o a far visita ai miei nonni, o a lanciarmi in corse al galoppo con Fufi, e a stringermi al suo collo enorme e duro e a baciargli la folta criniera. Come farò senza di lui? Mi manca già! No, farò di tutto per portarmelo via, è impensabile dovermi separare da lui! La lavagna è piena di numeri e radici, alcune anche doppie. In vita mia non sono mai andata oltre le quattro operazioni, proprio a voler essere magnanima con me stessa. Il resto, in quanto da me ritenuto perfettamente inutile, mi sono categoricamente imposta di non apprenderlo. Quest’anno per non rischiare una seconda tranciata mi sono sforzata(relativamente) di andare un passettino oltre i conticini elementari.
Le equazioni di primo grado è stato il massimo che ho concesso a quel deficiente di Saponari, e ditemi se è poco per una che usa la calcolatrice per fare quarantacinque diviso cinque. Sono scoppiata a ridere e venti paia di occhi mi hanno colpita in piena faccia. A volte mi astraggo in maniera così totale dalla lezione che non ricordo neppure di trovarmi in aula. Con la solita finta occhiata alla lavagna ho intercettato la famosa radice quadrata e mi è venuto in mente il racconto di mio nonno che agli esami di terza media fatti da privatista alla veneranda età di quarant’anni, rispose al professore che gli chiedeva di disegnare una radice se dovesse fare anche l’albero. E’ un mito mio nonno! Ecco la ragione della risata mal trattenuta, o meglio non trattenuta affatto.
-Signorina Viola, vuol condividere con il resto della classe la ragione della sua spumeggiante ilarità? O preferisce invece venir lei a finire l’esercizio al posto del signor Trespoli?- il baffetto grigio topo, ispido come le setole della scopa, celava un sorriso sarcastico e cattivo. Era il culmine della goduria potermi cogliere in fallo, e non perdeva occasione per poter eiaculare veleno su di me. Per la bruttezza sconfinante, e il carattere spregevole che si ritrovava, penso fosse l’unico tipo di
eiaculazioni che potesse permettersi, ed è per questo che se le assaporava come il più
gustoso dei dolci. La mia risposta a effetto, già pronta a balzar fuori, è stata prontamente interrotta dal prosieguo del suo pestaggio. Sapeva già, reduce da pregresse mie bombardate, che non avrebbe saputo efficacemente rispondere all’attacco ,e per evitare di rendersi ridicolo dinanzi alla classe che sarebbe scoppiata a ridere spruzzandogli saliva sulla cattedra anticipò furbescamente la mia mossa.
-Si distragga un’altra volta e la sbatto fuori, sono stato abbastanza chiaro???Continui così e sono certo che l’anno prossimo farà ancora parte dei mie più cari studenti…- perfido fino al nocciolo.
Diciamo che non piaccio proprio a tutti tutti… Contento e soddisfatto si è voltato e ha chiesto a Trespoli, il secchione tipico con occhialoni a lenti spesse, riga laterale, e denti gialli, per giunta guarda un po’ suo “vero” alunno preferito, di proseguire con la risoluzione non so di cosa.
Ho ingoiato la bomba che l’avrebbe fatto diventare paonazzo e ho proseguito in quello che stavo facendo prima dello spiacevole episodio. Distrarmi. Tutto sommato meglio così, perché quello che mi era saltato in mente di dirgli probabilmente mi sarebbe costata una sospensione, e non era decisamente il biglietto da visita ideale per essere ammessa agli esami. Il mese precedente avevo compiuto vent’anni e non ci tenevo assolutamente a ritrovarmi in quella identica situazione l’anno successivo. Invecchiare tra i banchi non era la mia massima aspirazione. C’era Londra ad attendermi e un’importante casa editrice necessitava di esperti traduttori e chi meglio di me, con una nonna d’origini anglosassoni che fin da piccolina m’aveva parlato nella sua lingua di provenienza facendomela amare ed imparare perfettamente, e una smodata passione per la carta, risultava più adatta per la posizione da ricoprire??? Infatti la mia domanda di candidatura era stata accettata. Attendevano solo che mi diplomassi, dopodiché potevo far parte della loro scuderia. Giocarmi un’occasione del genere per un vecchio, frustrato, orripilante, e sadico docente, sarebbe stato un enorme peccato, e l’avrei rimpianto fino alla fine dei miei giorni. Finalmente le lancette si erano decise a raggiungere il numero romano che m’avrebbe resa libera e felice. Il suono della campanella ha generato sciami di gente nei corridoi. Tutti volevano scappar via, non ero la sola sfigata sfaticata.
Mi sono catapultata in macchina e con una leggera sgommata la Yaris si è immessa nel traffico modesto di questa piccola cittadina di provincia nel cuore della Puglia. Direzione, casa. Avevo una fame lupesca, e un piatto di lasagne preparate dalla nonna che m’attendeva nel frigo. Le più buone che abbia mai mandato giù.

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